sabato 20 settembre 2014

OPERAZIONE TEMPESTA, STRAGE IMPUNITA



Usiamo un link di Amnesty per ricordare che ci sono ancora delle vittime che chiedono giustizia


mercoledì 12 marzo 2014

giovedì 18 ottobre 2012

Crimini silenziosi: il traffico illegale di organi nel Kosovo

Sono già passati tredici anni dalla fine della guerra del Kosovo. Durante tutti questi anni si è parlato esclusivamente dei crimini commessi dai serbi, ma ben poco è circolato circa la casa dell'orrore – “la casa gialla”. “Centinaia di serbi sono stati prelevati dall'UCK nel Kosovo, trasportati in Albania e poi lì uccisi. Quasi mai nessuno se ne è interessato perché durante il conflitto i serbi erano i cattivi” ha dichiarato durante un'intervista al New York Times Chuck Sudetić , l'americano di origine croata che ha lavorato come analista presso il Tribunale dell'Aja per l'ex-Jugoslavia. Sudetić ha collaborato con l'ex procuratore del Tribunale, Carla del Ponte, alla stesura del libro intitolato “La Caccia”, un best-seller che ha suscitato moltissime critiche e polemiche. Questo racconto narra l'esistenza di un'organizzazione criminale albanese che sequestrava i serbi, li utilizzava come materia prima – i loro organi erano estratti all'interno di cliniche illegali albanesi (la casa gialla era una delle tante) e li immetteva nei canali del mercato nero. Sudetić parla di circa 400 vittime, trasportate fuori dalle frontiere e poi uccise per l'espianto degli organi; inoltre afferma che José P. Baraybar dell'UMNIK avesse scritto un rapporto proprio sulla casa gialla. Il Tribunale dell'Aja, tuttavia, decise che quei crimini non sarebbero rientrati sotto la sua giurisdizione perché commessi dopo il giugno del 1999, quando la guerra era già finita. Da poco tempo il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo in cui si racconta di una testimonianza di uno degli albanesi che prelevavano organi dalle vittime serbe. “Mi hanno dato un bisturi e mi hanno detto di cominciare l'espianto subito perché non c'era molto tempo. Ho posato la mia mano sinistra sul suo petto, ho cominciato a tagliare e il sangue è subito schizzato fuori”, racconta l'uomo, aggiungendo che la vittima ha perso conoscenza dopo urla inumane. “Non posso dire se fosse svenuto o morto, io ero fuori di me”, continua, affermando che questo intervento era stato svolto nella classe di una scuola e che la vittima fosse stesa su alcuni banchi. Il cuore prelevato è stato riposto all'interno di un contenitore per il trasporto degli organi e portato all'aeroporto di Tirana dove è partito per l'estero a bordo di un piccolo aereo privato, forse turco. La giornalista italiana, Marilina Veca, ha scritto un libro intitolato “Cuore di lupo”, in cui racconta del traffico illegale di organi in Kosovo e Metohija. Il libro racconta la vera storia di quattro famiglie serbe e la loro disperazione per il fatto che tutti gli uomini fossero stati prelevati e utilizzati come cavie da laboratorio. “Purtroppo, non ci sono solo terroristi e psicopatici appartenenti all'Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK), che partecipano all'orrore del commercio di organi umani. Ci sono anche dei medici, infermieri ed altre persone rinomate, persone per bene”, dichiara l'ambasciatrice serba a Roma, Sandra Rasković Ivić. E ancora aggiunge che “si sapeva che nel Kosovo e Metohija dopo la primavera del 1998 (e cioè ben prima che Milosević inviasse le forze di polizia serbe per mettere fine alle violenze dell'UCK e molto prima che rinascesse il conflitto, pretesto per i bombardamenti della NATO sulla Federazione jugoslava), fino all'inverno del 2001, 1300 serbi (e non albanesi) sono scomparsi. Belgrado insiste da molto tempo, scrive il Corriere della Sera, sulle accuse relative al traffico degli organi nel Kosovo, denunce che hanno trovato la loro conferma in un rapporto del deputato svizzero, Dick Marti, approvato nel gennaio 2011 dall'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa. È chiaro che Pristina, cominciando dal suo Primo Ministro Hashim Thaci, l'ex leader dell'UCK, probabilmente implicato nel traffico di organi, nega le accuse in blocco. Tratto da Crimini silenziosi Si veda anche : Incontro con Cristian Elia

mercoledì 12 settembre 2012

Kosovo, espianto di organi ai prigionieri serbi

Un ex componente dell'Armata di liberazione del Kosovo, l'Uck, da mesi sta raccontando al procuratore serbo che indaga sui crimini di guerra e il traffico di organi. Il pentito anonimo e col viso coperto è comparso su Rts. la tv di Stato serba, per rendere una testimonianza agghiacciante. "Venni addestrato a maneggiare organi umani - ha detto - allora la spiegazione era che essendo le forze serbe dappertutto se uno dei nostri fosse rimasto ferito avremmo dovuto sapere come salvargli la vita. Quindi imparai come espiantare un organo e come conservarlo sottovuoto in un contenitore di plastica, come proteggerlo con fluidi ed olii speciali". L'uomo ha raccontato come venne asportato il cuore ad un prigioniero serbo di una ventina d'anni di eta'."Certamente non era un soldato dell'Armata di liberazione ma non ho domandato chi fosse, chi ero io per chiederlo? Ero giovane e lì c'erano i comandanti, due uomini portarono un giovane in barella e lo stesero su un tavolo, poi chiamarono altri due perché gli tenessero le gambe per non farlo muovere". "Un dottore, uno di quelli che mi avevano addestrato, aveva una borsa nera e ne tirò fuori un'attrezzatura per le operazioni: mi diede in mano uno scalpello ed in quel momento mi sentii male. Male, dico, come in una situazione che rassomiglia ad un incubo senza fine, lo ricordo ancora adesso. Il medico mi disse cosa ero supposto fare su quel corpo, cioè tracciare una linea, poi tagliare quel ragazzo e fare un'incisione dalla gola fino alla fine delle costole". "Mi accorsi che quel giovane non era albanese quando in lingua serba si mise a gridare:"Oddio, per favore, non tagliatemi, non ammazzatemi!". "Il comandante mi ordinò di fare presto, impugnai lo scalpello nella sinistra e voltai la faccia per non vedere il prigioniero. Cominciai a tagliare, al termine dell'incisione comincio' a zampillare il sangue ed il ragazzo smise di gridare, aveva perso conoscenza, non so se era svenuto o morto". "Quella fu la prima volta che vidi un cuore. Il comandante approvò dicendo 'ben fatto, questo è il genere di soldati che vogliamo in Kosovo ed e così che vinceremo'. Il cuore fu messo in una scatola che mi fu affidata, assieme ad un soldato partii per Tirana a bordo di una "Volvo" ma anziché in città ci recammo direttamente all'aeroporto. Alcuni militari albanesi in divisa salutarono, c'era un aereo privato in attesa con davanti una persona, un bell'uomo che non mi pareva albanese. L'aereo portata insegne turche". Il racconto è stato interrotto dal procuratore, Bruno Vekaric con le seguenti parole: "Questa è solo una piccola parte di quanto il testimone ci ha raccontato, da sedici mesi lavoriamo per verificare le sue informazioni in tutti i modi possibili. Qualsiasi rappresentante di istituzioni internazionali può interrogare il teste per rendersi conto di quanto è realmente accaduto". Il procuratore ha poi spiegato che è stato deciso di far apparire il testimone in tv perché si temono ostruzioni nell'indagine. "Alcuni intoppi si sono già verificati e questo si collega al lungo tempo che è trascorso da quando è stato formato il team internazionale di investigatori diretto da John Williamson. Il tempo passa e non accade assolutamente nulla: non voglio indicare le nazioni responsabili di questo blocco, ma certamente esistono forze che non saranno avvantaggiate dalla luce che su tali mostruosità si sta facendo". L'uomo che sta svelando gli orrori del traffico d'organi in Kosovo sarà protetto in ogni modo, dice a "B 92" Aleksandar Vulin, capo dell'ufficio belgradese per la regione: "Dobbiamo essere particolarmente attenti poiché nel processo contro Ramush Haradinaj (ex primo ministro del Kosovo, n.d.r) ed altri esponenti del "Kla" alcuni testimoni sono stati uccisi ed altri hanno sperimentato perdite della memoria". "In questo Paese cose di questo genere non devono accadere - continua Vulin - nessun testimone è stato messo in pericolo, cosa che racconta del nostro Paese ma anche di altri, che invece consentono la sparizione di testi importanti. Nel caso Haradinaj non uno di essi è sopravvissuto: qualcuno è stato ucciso in Montenegro, qualcun altro nell'Unione europea, qualcun altro altrove ed altri ancora si sono dissolti in Kosovo". "Vi ricordo ancora che molte prove materiali sono state distrutte: se parliamo della "Casa gialla" (dove venivano effettuati gli espianti di organi su prigionieri di guerra vivi), o del caso di Gorazdevac dove tutti i documenti sono stati presi dalla comunità internazionale ed in gran parte sono scomparsi. Di recente qualcuno in Kosovo ha appicato il fuoco in un luogo in cui era stata scoperta una fossa comune che si pensava contenesse corpi di serbi". Tratto da Globalist.it

venerdì 17 agosto 2012

Srebrenica, un massacro organizzato

Una notizia sensazionale è stata pubblicata il 9 luglio dal portale russo www.vestinet.rs. Si legge letteralmente: “Il 28 giugno del 2012, il ministero degli interni di Minsk, Ufficio stranieri, ha concesso l’asilo politico al sig. T.D., un maggiore del servizio militare di spionaggio francese DRM. È stato comunicato che questi ha portato con sé le prove relative ai noti avvenimenti di Srebrenica. Secondo tali documenti il massacro di civili innocenti è stato organizzato da parte della CIA, del MI6 e del servizio francese DRM, tramite le unità militari direttamente sotto il loro controllo. Vi si nota come l’esercito della Repubblica Srpska e il generale Ratko Mladic non avevano alcun controllo su queste unità e tanto meno lo aveva qualcun altro dello stato maggiore dell’esercito serbo. In questa unità paramilitare militavano mercenari stranieri reclutati dai servizi occidentali. Il maggiore francese ha mostrato elenchi completi di membri di quest’unità detta “Skorpioni” e gli ordini scritti dati al comandante di quest’unità. Il maggiore T.D. è disponibile a testimoniare nel processo presso il Tpi il Tribunale Penale Internazionale dell’Aia in sede di processo contro il generale Ratko Mladic e contro gli altri accusati del delitto di Srebrenica e dimostrare che i membri di tale unità controllata dalla CIA e dall’MI6 ha ucciso più di 4.500 persone seguendo i loro ordini e istruzioni. Esisteva anche un piano per eliminare il generale Mladic se il suo esercito avesse cercato d’impedire il massacro e si nomina pure la persona vicina a Mladic incaricata a ucciderlo. Il testimone dice che gli altri morti, fino alla cifra di 6.000, sono stati quelli che hanno cercato di uscire da Srebrenica combattendo per raggiungere il territorio musulmano e sono stati uccisi nei combattimenti con l’esercito serbo. Il comandante musulmano Naser Oric e tutti i comandanti dell’esercito musulmano sono stati sempre controllati da questi servizi di spionaggio. Il testimone è in possesso di circa 70 rapporti di Oric inviati agli agenti del servizio francese DRM e di documenti di ordini e istruzioni che ha ricevuto da questi servizi. Il battaglione olandese che doveva garantire la sicurezza di Srebrenica aveva l’ordine di non agire, e così fece. Il maggiore, che all’epoca aveva il grado di tenente e faceva parte di un gruppo del servizio militare di spionaggio francese DRM addetto alla Bosnia, ha dichiarato che il suo gesto non ha l’obiettivo di proteggere il generale Mladic, ma di dire alle madri, alle sorelle e alle famiglie di Srebrenica la verità su chi ha ucciso i loro cari perché lui non se la sentiva più di vivere con un tale peso”. Se si considera che il massacro di Markale a Sarajevo è stato provocato dai musulmani stessi, che hanno ucciso la propria gente per provocare la reazione della comunità internazionale contro i serbi accusandoli falsamente, e che poi è stato riconosciuto anche dall’Onu che il delitto era da attribuire al governo musulmano di Bosnia, oppure che il falso massacro di Racak, nel Kosovo, è stato una montatura dei servizi di spionaggio americani e precisamente del generale americano William Walker, una cosa ormai arcinota nel mondo, è evidente che anche queste notizie che giungono da Minsk non fanno altro che confermare i diari dell’ex presidente musulmano bosniaco Izetbegovic, che affermavano come i serbi fossero allora “caduti nella trappola” diventando i capri espiatori di una strage non da loro commessa ma organizzata e armata dall’Occidente per strappare la Bosnia-Erzegovina prima e il Kosovo poi dalla Jugoslavia di Milosevic. Di Dragan Mraovic su Rinascita Srebrenica, un massacro organizzato

martedì 8 novembre 2011

Prevaricazione fuori dalla Risoluzione 1244

La resistenza della minoranza serba in Kosovo non si ferma: nuove barricate sono state erette in alcune località della zona settentrionale, nella quale si concentra la popolazione serba, dopo i gravi incidenti che avevano causato una ventina di manifestanti feriti. L’amministrazione kosovara aveva inviato agenti kosovari albanesi, appoggiati dalle truppe della KFOR, a controllare le frontiere con la Serbia, ma la popolazione serba locale e’ scesa in piazza per opporsi a questa prevaricazione, fuori dalla Risoluzione 1244 dell’ONU. I serbi non si sono fatti intimidire dai ricatti e dalle minacce della KFOR e dall’EULEX, ogni giorno il numero dei manifestanti serbi che effettuano i blocchi, aumenta: ” …Resteremo qui e siamo pronti a versare il nostro sangue, se necessario. Non abbiamo armi, non vogliamo la violenza, ma non arretreremo di un metro in fronte al nemico…”. Hanno dichiarato alla stampa dalle barricate.

Secondo i serbi, l’invio da Pristina di guardie di frontiera albanesi è una provocazione, volta a isolare la minoranza locale dalla madrepatria serba. La tensione sale davanti alle barricate, ma rischia di riesplodere anche l’odio tra le due comunita’ del Kosovo. Tra decine di feriti e alcuni omicidi di serbi, solo nelle ultime settimane, anche tre albanesi sono rimasti feriti in un assalto da parte di uomini mascherati, in un villaggio. In questi giorni risalgono in superficie tutte le contraddizioni politiche e militari del “ NODO KOSOVO”. I serbi del Kosovo, a nord del fiume Ibar, non cedono. LA cosiddetta “ guerra delle dogane” iniziata da mesi, assume contorni sempre più ampi. È una lotta che va molto oltre la questione dogane. In palio c’è la stessa esistenza della comunità serba kosovara, e non solo quella. E’ la riemersione palese, che la “questione Kosovo” non è affatto chiusa o risolta. E’ la riaffermazione tenace del diritto di un popolo, ad esistere e a rivendicare tutti i diritti civili, politici, sociali, dal 1999, negati, calpestati, violentati da una banda di terroristi e criminali fattasi stato (…o meglio narcostato, come dichiarato da molti funzionari e giornalisti internazionali) , sotto tutela NATO e occidentale. Il fatto che sulla barricata innalzata a Rudare, al fianco della bandiera serba, sia stata disegnata una grande croce ortodossa e che questa è stata consacrata da padri della chiesa ortodossa serba, aiuta a capire quale sia davvero la posta in gioco, la stessa sopravvivenza identitaria di un popolo, al di là delle questioni religiose in sè. Non si tratta di questioni commerciali, come anche dal governo di Belgrado,si cerca disperatamente di ridurre il problema ( per non affondare nella propria ignominia), bensì di una disperata difesa di identità e dignità nazionale e culturale. Un atto di riscatto della propria dignità dopo 12 anni di umiliazioni e sconfitte, vissute nel silenzio e nell’isolamento più totale; un atto per riaffermare di esistere come popolo e come coscienza di sé; un atto per ribadire… non ci hanno ancora vinto; nonostante tradimenti, sconfitte, rapimenti, uccisioni, onte e torti subiti, esistenze di vita civile normali negate, nonostante averli resi cittadini invisibili, quasi immateriali …Nonostante un silenzio assordante, noi come popolo serbo del Kosovo torniamo a rialzarci in piedi, ad sfidare le menzogne, le ingiustizie, i crimini e siamo sulle barricate…cioè, nonostante tutto e tutti…siamo vivi ….e ora dovete affrontare anche le nostre volontà e bisogni. Questo dichiarano le 18 barricate del Kosovo. Ed ecco che tutti gli archetipi delle politiche di forza e sopraffazione, costruite in questi anni dalle diplomazie e politiche internazionali, per fa pensare che in Kosovo tutto è a posto, … è “ norrmalizzato democraticamente”; ecco che il giochino salta per colpa di questi riottosi, testardi, indocili, ostinati di serbi, che non stanno alle regole imposte dalle capitali occidentali o statunitensi; dalla NATO, dal FMI, dalla BM, dalla UE, dall’OCSE, dalle varie Fondazioni Soros..ecc. ecc. E’ tutto talmente norrmalizzato, che la Nato ha appena disposto l'invio in Kosovo di altri 700 soldati di stanza in Germania… E’ tutto talmente norrrmalizzato che Il premier Hashim Thaçi ha ribadito ancora una volta che indietro non si torna e il ministro dell'interno Bajram Rexhepi, ha ordinato l'arresto del ministro Goran Bogdanović e del mediatore serbo Borislav Stefanović entrati in Kosovo "clandestinamente" per trattare con la Kfor … E’ tutto talmente norrmalizzato che nel 2011 in Europa, decine di migliaia di uomini, donne, bambini, con alcuna colpa se non quella “etnica”, di appartenere ad un popolo invece che ad un altro…debbano vivere in “enclavi”, aree isolate e protette da militari internazionali, dove non vi è alcun diritto civile ( lasciamo perdere gli altri…), nemmeno quello primario…il diritto a vivere nella propria casa e sulla propria terra. Di normalizzato ci pare che sia soltanto l’indifferenza e la supinità dei media e dei politici occidentali, sempre pronti denunciare presunte violazioni, violenze, ingiustizie nei luoghi appetiti dalla NATO e dagli interessi rapaci dell’occidente affamato di risorse degli altri…Nessuna “anima buona” di nessuna forza politica in questo occidente, ha invece il coraggio della verità, dell’onestà intellettuale e morale di denunciare una realtà come quella del Kosovo, che anche coraggiose singole personalità dell’establishment occidentale, hanno avuto il coraggio di evidenziare. Nessuno che abbia il coraggio in occidente ( tranne rare eccezioni), di dire che la lotta sulle barricate in Kosovo è una lotta per una Risoluzione dell’ONU, fatta e firmata da loro; è una lotta per chiedere di rispettare ( una parola ingombrante in occidente…), un accordo sottoscritto da due parti…imposta dopo 78 giorni di bombardamenti: è la Risoluzione ONU 1244 del 1999 che non è mai decaduta e secondo tale documento, il Kosovo E’ ( forse è più giusto dire …sarebbe), tuttora una provincia serba.

Ma il popolo serbo del Kosovo è nuovamente in piedi e noi al suo fianco, per quanto modestamente siamo in grado. Ad ognuno secondo la propria coscienza…quando c’è.
Enrico Vigna – Portavoce del Forum Belgrado Italia